In banca prestiti Covid a rilento. Perché frenano i finanziamenti alle imprese

In banca prestiti Covid a rilento. Perché frenano i finanziamenti alle imprese

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Non tutti li riescono a ottenere. E anche quando ci riescono i tempi sono comunque lunghi. Ecco dove rallenta la procedura per l’erogazione dei prestiti alle imprese prevista dai decreti Cura Italia e Liquidità per fare fronte all’emergenza coronavirus

Costi alti, procedura complicata, rischio credito, responsabilità anche penale: sono questi – per i consulenti, i funzionari e i direttori di banca interpellati dal Sole 24 Ore – i motivi che rallentano, se non impediscono, la concessione alle piccole e grandi imprese dei prestiti previsti dal decreto Cura Italia e dal decreto Liquidità per uscire dall’emergenza coronavirus.

Oltre la metà delle imprese che hanno fatto domanda sta ancora aspettando il finanziamento. Per la Fondazione studi consulenti del lavoro – che ha fatto un monitoraggio tra gli iscritti all’Ordine tra il 12 e il 17 giugno – avrebbe infatti ricevuto il prestito entro i 25mila euro solo il 41,4% delle aziende che ne ha fatto richiesta.

Se saliamo sopra i 25mila euro la percentuale scende al 24%, mentre per quelli con garanzia Sace è del 27,2 per cento. I consulenti del lavoro sostengono che il motivo principale del ritardo nella concessione dei prestiti sono i tassi di interesse, in un caso su quattro superiori al 2 per cento. Funzionari, commercialisti e direttori di banca aggiungono agli alti costi anche altri motivi.

La differenza tra piccolo e grande prestito

G. M. è un commercialista del Milanese che ha fatto da consulente ad alcune imprese per la richiesta dei prestiti garantiti dallo Stato. «Ho curato 4 operazioni, due da 25mila euro e due più grosse. La distinzione non è casuale: per i prestiti garantiti fino a 25mila euro (ora 30mila dopo l’emendamento approvato in sede di conversione del decreto Liquidità) la procedura non è così complessa. C’è un modulo da compilare, non proprio semplice, ma nemmeno impossibile. I miei clienti lo hanno mandato via mail all’istituto e nell’arco di qualche settimana si sono visti accreditare il prestito. I tempi non sono brevissimi, non come in Svizzera, dove per lo stesso tipo di credito si compila un modulo online e nell’arco di 3 giorni lavorativi si ha il credito sul conto. Ma complessivamente il sistema funziona».

«Molto più complessa – continua il commercialista milanese – la procedura per i prestiti più elevati. Nel mio caso ho curato una richiesta di 500mila euro e una di 1,5 milioni. I tempi in questi casi si allungano, parliamo di almeno uno o due mesi. Questo perché la banca, per quanto possa derogare alle sue procedure, deve comunque passare attraverso i suoi comitati interni per ottenere il via libera. E una volta ottenuto l’ok della banca serve quello del Fondo di garanzia: se tutto va bene l’operazione va in porto dopo un mese e mezzo. Ci sono poi altre variabili: se per esempio l’impresa rinuncia al preammortamento (il periodo di 6 mesi in cui il debitore rimborsa solo gli interessi e non il capitale) è più facile che la banca acceleri l’iter. Oppure si può aiutare l’istituto presentandogli un prospetto sintetico con i numeri dell’azienda, gli indicatori di redditività, i rating e la situazione patrimoniale. Questo facilita le cose».

Un meccanismo a rodaggio lento

Un negozio di calzature di Palermo si è visto accogliere la richiesta di finanziamento e la relativa erogazione nell’arco di circa 3 ore. Un caso “estremo” in senso positivo ma, fanno sapere da Unicredit, non sono poche le Pmi che chiedendo un finanziamento fino a 25mila euro se lo sono visto erogare nell’arco di una giornata. Uno spaccato, quello fornito da Unicredit, che dà comunque l’idea di come si sia evoluta nel corso delle settimane l’attuazione dell’operazione.

Dopo un avvio non proprio spedito il meccanismo si è via via rodato con alcuni chiarimenti e una semplificazione nella modulistica. Nell’arco delle settimane i tempi di erogazione alle piccole e medie imprese sono passati – fanno sapere ancora da Unicredit – dai 10-12 giorni iniziali ai 2-4 giorni attuali. La banca sta dedicando a questo servizio 500 persone per far fronte a una richiesta che ha toccato punte anche di 60-70 volte superiori rispetto al periodo pre-coronavirus.

Il flusso di richieste di finanziamenti continua a essere elevato: circa 5mila domande a settimana negli ultimi 15 giorni, per un totale di oltre 50mila domande e un controvalore erogato da parte di Unicredit che supera abbondantemente il miliardo di euro. Più complicato, secondo la banca, fornire un analogo dettaglio per quanto riguarda la tranche di prestiti compresi tra i 25mila euro e i 5 milioni.

«Da subito abbiamo capito che quelli che sono i proclami politici non corrispondono alla realtà», dice invece un bancario che lavora in Veneto. «La banca doveva avere il tempo di interiorizzare le norme attuative. Il nostro istituto si è attrezzato dopo una settimana. Abbiamo iniziato a erogare i piccoli prestiti da 25mila euro con garanzia al 100 per cento. Dopo abbiano iniziato a esaminare le altre richieste.

Poi con l’ultimo decreto hanno messo mano alla responsabilità di chi delibera, quindi siamo chiamati a rispondere del perché abbiamo concesso il credito. Il problema sussiste se concediamo credito a una azienda che dopo qualche mese va in procedura fallimentare: in questo caso la banca può essere chiamata a rispondere. Mentre nelle piccole operazioni si è stimolati a trovare una soluzione, per le altre si sta più attenti. Alcuni imprenditori pensavano che il prestito fosse automatico. Non è così”, conclude il bancario veneto.

«Inizialmente gestire l’ondata di richieste che si sono riversate sulla filiale non è stato facile», gli fa eco il direttore di una filiale nelle Marche. «C’erano fra gli altri dubbi sulle modalità di compilazione dell’allegato 4 bis, che di fatto formalizza la richiesta di rilascio di garanzia del fondo per Pmi», spiega. «Errori nella compilazione di questo modello potrebbero invalidare la garanzia – dice – e pertanto tanti chiarimenti sono stati necessari nei primi giorni e tanti errori sono stati rilevati nella fase di raccolta delle domande; da qui un rimbalzo della modulistica da clienti a banca e viceversa. Inoltre eravamo in piena emergenza Covid 19, il che significava anche per noi bancari lavorare in turnazione o a orari ridotti, proprio nel momento in cui il lavoro aumentava esponenzialmente».

Tra strutture societarie complesse e crisi

Ritardi e rischio liquidazione riguardano dunque principalmente i grandi prestiti. «Il decreto Liquidità è sicuramente un’opportunità per le aziende di grandi dimensioni con merito di credito non investment grade (per le altre non è conveniente) e tuttavia presuppone una certa semplicità organizzativa e operativa del gruppo», dice un funzionario di una delle principali banche italiane.

«Prendiamo il caso di un gruppo moderatamente strutturato interessato a ricevere un finanziamento con garanzia Sace. Innanzitutto Sace fa corrispondere il concetto di prenditore con quello di impresa e l’impresa con il gruppo, dove però il gruppo sembra essere quello a livello dell’ultima parent company che fa capo alle persone fisiche. La realtà è diversa e più sfaccettata».

«Ci sono – spiega il funzionario – gruppi economici strutturati che operano in settori diversi e gli azionisti, anche per temi di accountability, negli anni hanno strutturato i loro gruppi in sottogruppi, ciascuno con il proprio subconsolidato che raggruppa le società che operano nel medesimo settore. La capogruppo del subconsolidato potrebbe essere una semplice holding di partecipazione, ma prenditore del finanziamento Sace, e servire il debito tramite i dividendi delle controllate operative e i proventi della gestione della tesoreria del gruppo essendo il soggetto deputato a concentrare tutto l’indebitamento finanziario».

E qui possono nascere i primi problemi. «Perché per evitare i vincoli alla distribuzione dei dividendi (se la controllata non è al 100% della subholding) e la piena tracciabilità dei flussi, costringe a modificare la struttura finanziaria del gruppo andando a finanziare direttamente le singole operative, moltiplicando il numero dei contratti di finanziamento e le garanzie Sace per finanziare direttamente il pagamento dei fornitori, il circolante e i costi del personale», continua il funzionario.

«Potrebbe essere una situazione non efficiente dal punto di vista operativo ed economico per il gruppo, per le banche e per la stessa Sace. È una complicazione che allunga i tempi della stipula del finanziamento e la sua erogazione perché occorre studiare e implementare la soluzione migliore che rispetti le condizioni della garanzia Sace».

Chi chiede un finanziamento con garanzia Sace

Nella realtà, poi, spesso il gruppo che chiede il prestito con garanzia Sace già prima della pandemia aveva un rating equiparato a un non investment grade. «Gruppi con rating investment grade non hanno alcuna convenienza a finanziarsi ricorrendo al decreto Liquidità perché anche in questo contesto riescono a finanziarsi a un costo inferiore», spiega il funzionario.

«Un credito non investment grade è comunque un credito complicato: potrebbe avere problemi di posizionamento competitivo di mercato e/o di strategia, ha una leverage elevato rispetto all’Ebitda generato, l’ebitda è volatile e spesso avrebbe bisogno di aumentare i mezzi propri, ma i soci non hanno o non sono disponibili a investire nuove risorse e dimostrare che credono nella propria azienda. Infine il management non sempre è strutturato e/o in grado di portare avanti con successo un turnaround. Questo prima del Covid-19».

«La pandemia non fa che complicare un quadro già difficile caratterizzato anche da oggettivi limiti alle capacità del management di prevedere dove andrà l’azienda e della banca di valutare la capacità di rimborso del finanziamento. Perché è vero che c’è la garanzia Sace, ma il finanziamento comunque va restituito dall’azienda sempre che non debba essere la collettività a pagare (nel caso la garanzia venisse escussa)», conclude.

I costi elevati

È vero che un gruppo non investment grade che chiede un finanziamento Sace riesce a finanziarsi a un costo più basso di quello che otterrebbe senza la garanzia pubblica. Ma il costo complessivo dell’operazione, compresa la commissione Sace, non è comunque a buon mercato, soprattutto se la vita media del finanziamento è superiore ai 24 mesi.

«Con l’emissione del BTp Italia a 5 anni – spiega un altro funzionario – la Repubblica italiana paga una cedola dell’1,4 per cento. Il costo ponderato della raccolta delle banche sulla medesima durata non è a livelli inferiori rispetto a quelli del recente BTp Italia, che rappresenta un benchmark del costo del finanziamento per la quota garantita da Sace. La restante parte del finanziamento avrà un costo decisamente più elevato, in linea con quello necessario per remunerare il rischio di credito di un soggetto non investment grade. A tutto ciò va aggiunta la commissione Sace, inizialmente dello 0,50% per arrivare nel tempo fino al 2 per cento».

La responsabilità della banca

Il finanziamento con garanzia Sace non è a fondo perduto e implica una responsabilità anche penale per la banca che lo concede. «Per sveltire le procedure – spiega lo stesso funzionario – con la semplificata Sace fa affidamento sulle delibere delle banche, ma si riserva un controllo ex post e potrebbe opporre eccezioni nel caso la garanzia venisse escussa. Quindi è vero che per le banche i finanziamenti con la garanzia Sace hanno un minore assorbimento di capitale, ma la decisione di accordare il finanziamento con garanzia Sace non esclude la valutazione sulla capacità del gruppo di generare flussi di cassa in grado di rimborsare il prestito, indipendentemente dal fatto che sia garantito Sace».


Da: ilsole24ore.it

www.uglmantova.it

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