PREVIDENZA: Pensioni, perché serve una riforma adesso: quota 41 e più flessibilità in uscita dai 62 anni

PREVIDENZA: Pensioni, perché serve una riforma adesso: quota 41 e più flessibilità in uscita dai 62 anni

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Uno strumento importante per garantire una tutela alle persone che saranno espulse dal mercato del lavoro a causa delle conseguenze economiche della pandemia

Riforma pensioni, flessibilità in uscita dai 62 anni

Flessibilità in uscita per fronteggiare le ricadute occupazionali dovute all’epidemia da Coronavirus. Cadute occupazionali che inducono a specifici interventi sul versante previdenziale. Oggi più che mai, secondo uno studio della Uil, servirebbe una vera riforma pensioni che tuteli i lavoratori più anziani e permetta loro di accedere alla quiescenza. Specie per quanti hanno perso il lavoro o lo perderanno proprio a causa di questa pandemia.

Un sistema previdenziale allineato all’Europa

Una “flessibilità” intorno a 62 anni, oltre a riallineare il sistema previdenziale italiano a quello che avviene in Europa, si configura come uno strumento importante per garantire una tutela alle persone che saranno espulse dal mercato del lavoro a causa delle conseguenze economiche della pandemia.
In realtà la riforma avrebbe dovuto partire dalla flessibilità in uscita già prima del Covid 19. Ora si spera che l’emergenza sanitaria e i suoi riflessi sul mondo del lavoro fungano da spinta per mettere mano alla riforma previdenziale. Dove peraltro servirebbero altresì ulteriori misure per i pensionati.

Quota 41: tutti in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica

La riforma del sistema pensionistico in queste settimane non è un tema d’attualità. L’emergenza coronavirus ha messo in stand by il dibattito, che a marzo avrebbe dovuto avere momenti importanti. Il 13 marzo era previsto un vertice tra governo e sindacati che ovviamente non è potuto esserci.
Congelati i discorsi su quota 100 pensioni, che, va ricordato, è prevista per quest’anno e per tutto il 2021 quando terminerà il triennio di sperimentazione.

L’idea di alcune parti politiche era di introdurre «quota 41». Ossia tutti in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Ma a questo punto la situazione è inevitabilmente più difficile, visto la crisi economica generata da questa pandemia.

Le priorità del governo nel medio periodo saranno di dare liquidità a lavoratori, imprese e famiglie. E, secondo alcuni studi condotti prima dell’introduzione di «Quota 100», passare a quota 41 avrebbe fatto salire la spesa a 12 miliardi già a partire dal primo anno. Un livello che probabilmente non sarà facile da sostenere nel nuovo mondo post pandemia. Ma siamo per il momento a ipotesi e scenari, seppur legati ad alcune proiezioni numeriche. Il futuro della riforma pensioni verrà chiarito solo nei prossimi mesi.

Pensioni in essere, l’ipotesi della quattordicesima

Sarebbe inoltre assolutamente necessario, sempre secondo l’Uil, nell’ambito dei molteplici interventi di sostegno ai redditi, prevedere una misura a favore delle pensioni in essere, estendendo il beneficio della quattordicesima a quelle fino a 1.500 euro mensili (oggi 13.338 euro). Non solo, il contenimento della spesa del nostro sistema previdenziale è anche l’adeguatezza delle pensioni che, per oltre il 60%, sono al di sotto i 750 mensili. A cominciare dall’eliminazione del blocco della perequazione, l’aggiornamento annuale al costo della vita.

Le uscite di oggi: 42 anni e 10 mesi

La forma di pensionamento che ha sostituito la “vecchia” pensione di anzianità. Dal primo gennaio 2019 la pensione anticipata (ora si chiama così) si acquisisce in presenza di un minimo di 42 anni e 10 mesi di contribuzione (41 anni e 10 mesi le donne). Requisito (“congelato”) non soggetto all’adeguamento demografico sino al dicembre 2026.
– Qui, le pensioni e le uscite previste dall’ordinamento attuale: la scheda riassuntiva

Quota 100

Con «Quota 100» si lascia il lavoro a 62 anni di età e 38 di contributi, ma con la “finestra”: tre mesi per il settore privato e sei mesi i dipendenti pubblici. L’età pensionabile di Quota 100 (62 anni) non viene adeguata all’aumento delle speranze di vita ciclicamente aggiornate dall’Istat. Chi aderisce non subisce alcuna penalizzazione nel calcolo della rendita.

Opzione donna: 58 anni (59 per le autonome) e 35 anni di contributi

Opzione donna: 58 anni (59 per le autonome) e 35 anni di contributi. I requisiti dovevano essere raggiunti entro il 31 dicembre 2019. Anche qui c’è la finestra: 12 mesi per le dipendenti e 18 per le autonome. La misura, introdotta per la prima volta dalla legge Maroni del 2004, è stata più volte riproposta e la legge di Bilancio per il 2020 ne ha allungato la scadenza di un ulteriore anno.
Nel 2021, invece, potranno lasciare il lavoro in anticipo le donne nate entro il 31 dicembre del 1961 (31 dicembre del 1960 per le autonome) con 35 anni di contributi entro il 31 dicembre del 2020.
Attenzione. L’uscita anticipata con “opzione donna” non è però gratis. Chi aderisce, accetta che il calcolo dell’assegno sia effettuato interamente con il meno vantaggioso “sistema contributivo”. Il che significa un importo più basso dell’assegno pensionistico (per sempre) di circa il 25-30%

Ape sociale

Ape sociale: 63 anni e 30 anni di contributi. La misura era in scadenza il 31 dicembre del 2019, ma con la proroga di 12 mesi inserita nella legge di Bilancio, sarà ancora possibile utilizzare lo strumento per chi matura i requisiti dal primo gennaio al 31 dicembre di quest’anno.
L’Ape sociale prevede l’erogazione di un importo dello stesso valore della pensione maturata fino al momento della richiesta da parte del lavoratore. L’importo dell’assegno non può superare i mille e 500 euro al mese e viene erogato per 12 mensilità (non è prevista la tredicesima). L’assegno cessa quando l’interessato raggiunge l’età pensionabile, al momento fissata a 67 anni.
Possono farne richiesta: i dipendenti in stato di disoccupazione che abbiano esaurito integralmente l’ammortizzatore sociale. Invalidi con un’invalidità civile riconosciuta di almeno il 74%. Persone che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità. O un parente o un affine di secondo grado convivente, qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 70 anni di età. Lavoratori dipendenti addetti alle cosiddette mansioni gravose. Per quanto riguarda le mansioni gravose, sono necessari 36 anni di contribuzione, mentre ne bastano 30 in tutti gli altri casi. Per le madri è prevista un’ulteriore corsia preferenziale: il requisito contributivo scende di un anno per figlio, fino a un massimo di due. Significa quindi che, a seconda delle circostanze, gli anni di contribuzione necessari possono scendere a 28 o 34.

Lavori gravosi

Lavori gravosi. A chi ha cominciato a lavorare prima del primo gennaio 1996 (con sistema di calcolo “misto”) si chiedono 66 anni e 7 mesi di età e 30 anni di contributi. A chi è entrato nel mondo del lavoro (con sistema di calcolo solo “contributivo”) si chiede inoltre che il primo assegno dell’Inps non risulti non inferiore a 1,5 volte il valore dell’assegno sociale (690 euro).

I lavori usuranti

I lavori usuranti. Si dividono in due gruppi: faticoso e pesante con attività notturna per almeno 78 giorni l’anno: “quota 97,6”, con almeno 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi. Poi c’è l’attività notturna da 64 a 71 giorni all’anno: “quota 99,6” con almeno 63 anni e 7 mesi e 35 di contributi. L’importo della pensione non deve essere inferiore a 1,2 volte il valore dell’assegno sociale (552 euro). Questo importo-soglia non è richiesto se il soggetto ha compiuto i 65 anni di età.

Lavoro precoce

Lavoro precoce. C’è infine la pensione anticipata per categorie deboli con “lavoro precoce” riservata a chi può vantare almeno un anno di contributi (derivanti da effettivo lavoro) prima dei 19 anni di età: 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Finestra mobile di tre mesi dalla maturazione dei requisiti. Da gennaio 2019 gli anni di contribuzione avrebbero dovuto adeguarsi alle aspettative di vita, ma il decreto legge (n. 4/2019), il provvedimento che introdotto “quota 100” ha sospeso l’aggiornamento fino al 31 dicembre 2026.

Per i lavoratori a fine carriera c’è l’Isopensione

Le aziende e i loro dipendenti vicini al pensionamento, possono chiudere il rapporto di lavoro attraverso uno strumento introdotto dalla legge di riforma del lavoro (legge n. 92/20212), detto “Isopensione” Si tratta del cosiddetto esodo dei lavoratori anziani che può essere utilizzato, dopo un accordo raggiunto tra azienda, Inps e sindacati, solo da aziende che occupano mediamente più di 15 dipendenti.

Il meccanismo consente un anticipo sino ad un massimo di 4 anni (esteso temporaneamente a 7 anni dal 2018-2020) rispetto alla normativa vigente, a patto che l’azienda esodante corrisponda, con oneri interamente a suo carico, un assegno ai lavoratori di importo equivalente alla pensione (da qui il nome “Isopensione”) per l’intero periodo di esodo.

Come funziona? È anzitutto necessario un accordo sottoscritto dall’azienda con le organizzazioni sindacali più rappresentative. È bene chiarire che il lavoratore è libero o meno di aderire all’accordo. Accordo che deve poi essere presentato dall’azienda all’Inps, che dovrà validarlo rispetto ai requisiti pensionistici dei soggetti che hanno aderito al pensionamento anticipato. Allorché tutte le condizioni risultano soddisfatte, l’Istituto di previdenza rilascia un prospetto contenente l’informazione relativa all’onere complessivamente stimato del programma di esodo annuale, ai fini della fideiussione bancaria. Così che l’accordo acquista efficacia.

Da: corriere.it


Rassegna Stampa Ugl Mantova

www.uglmantova.it

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