Statuto del contribuente, bilancio di una legge tradita più di 600 volte in 20 anni

Statuto del contribuente, bilancio di una legge tradita più di 600 volte in 20 anni

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Lo studio della Fondazione commercialisti evidenzia le troppe deroghe ai princìpi. Un trend che è stato acuito dalle leggi d’urgenza anti-Covid

Fatta la legge, trovata la deroga. Nei suoi primi 20 anni di vita, lo Statuto dei diritti del contribuente è stato smentito in modo esplicito 81 volte da leggi e decreti varati dal Parlamento e dal Governo. Ma se si contano anche le violazioni tacite, il totale supera le 600 infrazioni, secondo la stima della Fondazione nazionale dei commercialisti, che ha monitorato la legislazione tributaria per Il Sole 24 Ore.

L’emergenza coronavirus può forse offrire qualche attenuante al legislatore. Ma la verità è che le infrazioni al “galateo fiscale” sono cominciate quasi subito. Lo Statuto – legge 212 del 27 luglio 2000 – fu pubblicato in «Gazzetta Ufficiale» il 31 luglio ed entrò in vigore il giorno dopo (“compleanno” il 1° agosto). Bene: già il 30 settembre di quell’anno, un decreto legge (il 268/2000) sanciva l’inapplicabilità delle prescrizioni contenute nello Statuto «in quanto incompatibili».

Da allora ci sono stati anni migliori e anni peggiori, con il record negativo di nove deroghe esplicite nel 2006. La tendenza, però, è tutto sommato uniforme. Anche a livello di strumenti utilizzati: delle 81 eccezioni espresse allo Statuto, 49 sono avvenute con decreto legge. A riprova del fatto che la legislazione tributaria vive di norme proclamate come urgenti, quando in realtà l’unica “urgenza” è far quadrare i conti pubblici

Una lunga serie di violazioni

Il catalogo delle situazioni in cui i princìpi sono stati smentiti è molto ampio: leggi retroattive, nuovi adempimenti introdotti da un giorno all’altro, termini prorogati a favore del Fisco, violazioni procedurali. Basti pensare a un esempio recente, anche se di epoca pre-Covid: la stretta sul regime forfettario decisa con la legge di Bilancio 2020. Le nuove regole sono entrate in vigore lo scorso 1° gennaio, senza il “preavviso” di 60 giorni che sarebbe richiesto dallo Statuto. E parliamo delle disposizioni relative a un regime fiscale opzionale per i titolari di partita Iva. Regole che – di per sé – potrebbero (anzi: dovrebbero) essere diramate con mesi d’anticipo per consentire un minimo di pianificazione ai cittadini.

La legislazione ai tempi del coronavirus ha ulteriormente acuito il problema della decretazione d’urgenza in campo fiscale. Da inizio anno si contano almeno quattro deroghe espresse. Tre sono state inserite nei decreti cura Italia (Dl 18/2020) e Rilancio (Dl 34/2020). Oggetto dello “scostamento” dallo Statuto sono i termini di accertamento e di notifica degli atti: proprio quei termini che hanno dato vita a tante polemiche dopo la norma originaria che concedeva al Fisco due anni in più per i controlli sugli anni d’imposta che normalmente sarebbero scaduti a fine 2020.

La norma è stata poi modificata in conversione e alla fine il decreto Rilancio ha previsto una doppia deadline: entro il 2020 per l’emissione dell’atto ed entro il 2021 per la notifica al contribuente. Mentre l’ultima eccezione è stata inserita nel decreto legislativo (il 49/2020) che recepisce la direttiva Ue sulle liti fiscali: il raddoppio dei termini di accertamento per l’esecuzione delle decisioni adottate nelle procedure amichevoli o di risoluzione.

La chance della riforma fiscale

Come fa notare il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti (Cndcec), Massimo Miani, «ha prevalso, nel tempo, un’ipertrofia legislativa, incerta e contraddittoria, che a dispetto dei principi contenuti nello Statuto ha perpetuato un sistema impositivo poco gestibile ed eccessivamente oneroso».

Eppure la prospettiva per rilanciare lo Statuto potrebbe essere la riforma fiscale di cui si è ricominciato a parlare nelle ultime settimane, dopo che la delega fiscale della scorsa legislatura ha partorito le modifiche (non certo di sistema) dell’abuso del diritto e degli interpelli inserite nel corpo della legge 212/2000.
L’occasione della “nuova” riforma, a detta di Miani, può essere usata per «elevare a disposizioni di rango costituzionale i principi generali in tema di produzione normativa in materia tributaria» contenuti nei primi articoli dello Statuto.

Da: ilsole24ore.it


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