Quanti posti di lavoro verranno creati grazie al Recovery Plan?

Quanti posti di lavoro verranno creati grazie al Recovery Plan?

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La stima rispetto al 2020. Per la riforma di ammortizzatori e politiche attive per gestire la transizione è determinante il fattore “tempo”, specie con l’avvicinarsi della scadenza delle misure emergenziali.

L’impatto delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e delle riforme ad esso collegate si tradurrà in un incremento di circa un milione di posti di lavoro al 2023, rispetto al 2020 che aveva segnato una frenata di 767mila occupati a causa della pandemia. Nel 2023, dunque, verrà recuperato lo scenario pre-crisi, con un saldo occupazionale attivo di circa 300mila unità, che potrebbero salire a 750mila nel 2026, al termine dell’arco temporale del Piano. L’occupazione femminile, nei sei anni, potrebbe crescere di 350mila unità, mentre si conteranno circa 90mila occupati in più nella fascia d’età compresa tra i 15 e 29 anni.

Sono le primissime valutazioni degli esperti che emergono dalla lettura della tabella del Pnrr rispetto alle stime contenute nel Def, che mostra l’impatto sul lavoro del Recovery plan. «Le riforme contenute nel Pnrr – spiega Andrea Garnero, economista Ocse -, a partire dalla riforma della Pa, potranno aver un impatto diretto sull’occupazione, in termini di nuove assunzioni, ma avranno soprattutto ricadute indirette perché potranno liberare gli ostacoli che si frappongono alla creazione delle imprese e agli investimenti che producono lavoro. Saranno centrali le politiche attive, per avere un numero di lavoratori sufficiente alle richieste delle imprese».

L’IMPATTO DEL PNRR SULL’OCCUPAZIONE

L’aumento dell’occupazione stimato dal Pnrr, secondo Francesco Seghezzi (presidente della Fondazione Adapt) «non è da sottovalutare, ma anche nelle migliori delle ipotesi previste non si riuscirà a intaccare in modo sostanziale il differenziale di occupati italiani inferiore rispetto ai competitor europei».

La sfida delle politiche attive e la concorrenza con le Regioni

Una delle principali sfide è rappresentata dal decollo delle politiche attive, che assorbono (insieme alla formazione) 4,4 miliardi dei 6miliardi assegnati alle misure per il lavoro. Ma al di là del robusto stanziamento di fondi, resta da capire perchè questa volta si dovrebbe centrare un obiettivo che è fallito in tutti i precedenti governi, che hanno lasciato le politiche attive del lavoro ferme al palo, anche per le difficoltà legate alla competenza concorrente con le Regioni.

Con il Pnrr sale a 600 milioni la dote destinata a rafforzare i centri pubblici per l’impiego, da sempre poco performanti, poco si dice sulle agenzie private (Apl), che pure hanno un tasso di successo di gran lunga maggiore, da coinvolgere nei processi di ricollocazione dei lavoratori.

Gli strumenti per gestire le transizioni occupazionali

Tutto da scrivere è il nuovo programma di Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol), così come si attende ancora l’operatività dell’assegno di ricollocazione che la legge di Bilancio 2021 ha esteso a disoccupati e cassintegrati.

Si tratta di due strumenti indispensabili per gestire le transizioni occupazionali che saranno sempre più frequenti in un mercato del lavoro oggetto di grandi trasformazioni, sotto la spinta della rivoluzione digitale e della green economy. La novità è rappresentata dalla massiccia disponibilità di risorse destinate alle politiche attive, ma se questa disponibilità non verrà accompagnata da decisioni “politiche” (in merito all’applicazione delle condizionalità o all’obbligatorietà dell’attivazione del lavoratore, ad esempio) si rischia di ripetere gli errori del passato (la sperimentazione del 2017 dell’assegno di ricollocazione si risolse in un sostanziale flop).

Il sistema di ammortizzatori sociali “passivi”

Finora tutti i governi hanno preferito destinare la quasi totalità delle risorse al sistema di ammortizzatori sociali ”passivi”, che è una delle riforme che affiancano il Pnrr. Il dossier è nelle mani del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che sin dal suo arrivo ha avviato un tavolo con le parti sociali, ma l’ultima riunione in cui ha presentato una bozza di riforma è stata aggiornata dopo le critiche mosse da imprese e sindacati all’impianto illustrato, che puntava alla creazione di uno strumento universale a prescindere dalle specificità dei settori di appartenenza, con la sola distinzione dimensionale.

Obiettivo: la riforma nella prossima legge di Bilancio

«L’obiettivo è arrivare a un articolato entro luglio, ma è un lavoro molto complicato» ha ammesso il ministro, che auspica di avere i nuovi ammortizzatori con la legge di Bilancio 2022. Nel Pnrr si punta ad allargare la platea delle aziende e dei lavoratori ammessi ai trattamenti di cig, per costruire una rete di protezione più estesa, inclusiva e resistente alle crisi congiunturali.

Si amplierà il campo di applicazione delle prestazioni assicurative in costanza di rapporto, garantendo a tutti i lavoratori specifici trattamenti ordinari e straordinari di integrazione salariale, differenziando durata ed estensione delle misure di sostegno al reddito sulla base delle soglie dimensionali dell’impresa.

Proposte dalle parti sociali

Le parti sociali hanno presentato le loro proposte. Quella di Confindustria (luglio 2020) tiene insieme, all’interno della riforma degli ammortizzatori, politiche attive e passive, modulando gli strumenti a seconda delle situazioni (crisi occupazionali senza possibilità di ripresa, crisi industriali con prospettive di rilancio). In una delle prossime riunioni il ministro presenterà un nuovo testo. Ma il fattore “tempo” non è una variabile indipendente, specie con l’avvicinarsi della scadenza delle misure emergenziali.

Da: ilsole24ore.it

www.uglmantova.it

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